All’innovazione italiana manca la formazione: e va bene anche la Tv

Come colmare il gap di cultura imprenditoriale nel nostro Paese? Partendo dalla scuola, certo, ma anche dai mezzi di comunicazione di massa. Dobbiamo iniziare a seminare. Adesso.

di Paolo Giacon, docente a contratto di economia e organizzazione aziendale all’Università degli Studi di Padova

Come raccontano Robert Litan e Federico Rampini, gli Stati Uniti si stanno chiedendo come recuperare terreno nel campo della nuova imprenditorialità innovativa e tecnologica. La presenza di incumbet cannibali come Google, Apple , Facebook e molte altre, la concorrenza internazionale sempre piu’ agguerrita (si pensi al caso cileno, ma anche a Paesi come la Cina, l’India, il Sudafrica) ed un evidente calo demografico contribuiscono in parte ad una sensibile contrazione del tasso di imprenditorialità tra i ventenni americani.

Si assiste forse ad un analogo fenomeno anche in Italia? A prima vista non sembra: nascono incubatori ed acceleratori, fioriscono convegni e business plan competition, aumentano gli startuppers iscritti agli specifici gruppi sui social network, cresce l’attenzione della stampa specializzata e di quella generalista. Persino il legislatore, grazie ad una meritoria opera di sensibilizzazione di tutta la filiera della nuova impresa tecnologica, è intervenuto per disciplinare, agevolare, incentivare. E per regolare, primo in Europa, uno strumento innovativo come l’equity crowdfunding. Si direbbe quindi che stiamo vivendo una sorta di prima infanzia dorata per le startup in Italia. Potrebbe, tuttavia, non essere così dorata. Gli investimenti in equity rimangono sempre molto contenuti. Le exit di successo per acceleratori e fondi sono alquanto limitate (si consultino a proposito gli ultimi dati AIFI). Il principale media italiano, la televisione, novello oracolo della modernità, snobba sostanzialmente il fenomeno (e quindi non contribuisce alla diffusione capillare di una cultura dell’impresa innovativa e del rischio). Le iniziative, infine, di formazione per l’imprenditorialità, pur essendo lodevoli ed in alcuni casi pionieristiche, sono poco coordinate, improvvisate e prive di un impatto organico e duraturo sulla gioventù italiana. C’e’ ancora molta strada da fare, soprattutto sul piano educativo e culturale.

Da sempre gestione e crescita di impresa si insegnano nei corsi di Economia, nelle business school, per chi se lo può permettere, oppure sul campo, grazie ad un prezioso learning by doing ed un problem slolving by doing che per molto tempo sono stati un elemento chiave della competitività del nostro sistema industriale. Già dal lontano 2006, quando in Italia eravamo in pochi pionieri ad occuparci di nuova imprenditorialità e di startup, l’Europa tentava di spiegarci che tecnologia ed ingegneria non erano da sole sufficienti e che una delle chiavi di volta per stimolare un ecosistema dinamico aperto alle nuove generazioni e alla creatività tecnologica poteva essere un impegno educativo e formativo su larga scala. Mi riferisco in particolare all’Agenda di Oslo. Un documento che pochi purtroppo conoscono in Italia e che per molto tempo è rimasto lettera morta. Al contrario, altri Paesi europei come la Francia e la Germania, ne hanno fatto una fonte ispiratrice per policies ed interventi che nel corso degli anni hanno dato frutti fecondi. A partire dall’Agenda di Oslo, l’Unione Europea ha prodotto una serie innumerevoli di rapporti, comunicazioni, casi studio per stimolare gli Stati Membri e fornire loro strumenti adeguati di intervento per promuovere l’imprenditorialità tra i giovani. Tanto quella innovativa, quanto quella di tipo replicativo. In pochi hanno recepito questi preziosi input. Cito ad esempio Junior Achivement Italia e due Regioni come la Puglia e l’Emilia Romagna. Dobbiamo dunque ripartire il prima possibile dai suggerimenti che arrivano da Bruxelles e dal resto d’Europa, passando dalla teoria alla pratica. Anzi all’azione. Energie e risorse non mancano. Mi limito, per necessità di sintesi a quattro proposte sul piano educativo e culturale.

1) Revisione dei curricola accademici e della scuola superiore inserendo come materia di base e obbligatoria «Management ed Imprenditorialità». Non solo per gli studenti di scienze, matematica ed ingegneria, ma anche per i tanti studenti di scienze sociali e materie letterarie. Oggi il binomio lettere, arti, territorio e tecnologia può essere vettore di stimolanti progetti imprenditoriali, come ci hanno dimostrato gia’ alcuni pionieri in Italia. In particolare in ogni Ateneo, accanto ai tradizionali uffici di trasferimento tecnologico e di sostegno alla ricerca è necessario aprire vere e proprie Scuole di Imprenditorialità, offrendo agli studenti corsi specifici, competenze e percorsi paralleli e complementari rispetto al corso di studi scelto.

2) Promozione nelle scuole superiori delle mini companies come attività extracurricolare. Anche qui esperienze di successo in Italia e all’estero non mancano

3) Creazione di una task force presso il MISE o il MIUR per la redazione di un piano nazionale per l’imprenditorialità ed i giovani che garantisca la capillare diffusione di iniziative formative ad alto valore aggiunto nei luoghi della formazione (scuole ed università) coinvolgendo associazioni di categoria, imprenditori, mentors, esperti, enti locali e tutti gli stakeholders dell’ecosistema dell’innovazione e della nuova impresa. Tale piano dovrà poi essere finanziato e realizzato: sarà necessario quindi un forte committment politico.

4) Potenziamento del tema imprenditorialità nei programmi televisivi, ed in particolare nella televisione di Stato (Mediaset e gli altri seguiranno a ruota). Non serve scomodare antichi studi di sociologia per comprendere quanto la televisione influenzi il nostro modo di pensare, prendere decisioni, stabilire obiettivi. Abbiamo capito che fare il cuoco o la ballerina è un bel mestiere, ma dobbiamo offrire anche ai nostri giovani modelli alternativi. Perche’ non offrire mai modelli imprenditoriali o di aspiranti imprenditori, magari mostrando gioie e dolori del mestiere? Coinvolgendo emotivamente ed intellettualmente il giovane pubblico? Anche in questo caso esistono numerosi format internazionali di successo che è possibile acquistare e riadattare.

Qualcuno a questo punto potrebbe presentare due obiezioni. La prima: perché avviare questa grande opera di sensibilizzazione? Non è possibile costruire una società in cui tutti sono imprenditori, non possiamo promettere a tutti un lavoro in proprio: in questo modo la società sarebbe palesemente in disequilibrio. Questa considerazione è certamente condivisibile, tuttavia segnalo che la formazione per l’imprenditorialità ha un valore molto più profondo rispetto al semplice insegnare come si apre o si gestisce un’impresa. Essa è innanzitutto formazione trasversale che permette alle persone di sviluppare doti come la creatività, il problem solving, l’efficacia organizzativa, la negoziazione, la collaborazione e molto altro. Tutte capacità utili, anzi utilissime anche in un contesto di lavoro dipendente. Nelle aziende moderne e più avanzate, siano esse piccole o grandi colossi, i collaboratori-dipendenti sono chiamati ad essere sempre più responsabili ed intraprendenti. Provate a chiederlo ai tanti responsabili delle risorse umane. Sotto questo profilo, la formazione per l’imprenditorialità è in grado di fornire una marcia in più.

La seconda obiezione che qualcuno potrebbe avanzare è la seguente. I veri problemi per le startup e per gli aspiranti imprenditori sono ben altri: la tassazione, il mercato del lavoro, la finanza, il contesto normativo, la concorrenza internazionale e via dicendo. Perché non concentrarsi, dunque, su questi aspetti per risolvere problemi pratici ed immediati? A quanti avanzano questa obiezione, rispondo di solito con due immagini abbastanza evocative, ma a mio avviso molto chiare: la Ferrari e il seme. Supponiamo di essere riusciti a creare un contesto fiscale, normativo, finanziario ed operativo di eccellenza per gli aspiranti imprenditori, questo sarebbe del tutto inutile o addirittura dannoso se chi ne usufruisce non è stato prima formato adeguatamente e responsabilizzato. Come una persona, che senza aver frequentato nessuna lezione di guida, si mette al volante di una Ferrari e pretende di arrivare sano e salvo a destinazione. Ecco perché la formazione, la motivazione, i giusti modelli, la cultura d’impresa e le azioni di education tra i giovani sono fondamentali.

Da questo punto di vista uno dei principali difetti dell’era Passera è stata quella di non aver previsto accanto ad un piano ambizioso ed innovativo anche adeguati strumenti di intervento formativo. La seconda immagine che desidero richiamare è quella del seme. Il seme dell’imprenditorialità. Questo deve essere in qualche modo gettato nella testa e/o nel cuore dei giovani. Ha bisogno di tempo e di terreno fertile per germogliare. Di sicuro ingredienti che favoriscono i germogli sono le competenze tecnologiche, l’ambizione, la ricerca del profitto, il desiderio di auto-realizzazione. Ma questo non basta, solo adeguate azioni di education sono in grado di gettare questo seme e di offrire tempi adeguati per la sua maturazione e successiva trasformazione in pianta. Senza semi fecondi anche i terreni più fertili non portano frutti. Ricordiamocelo, e se vogliamo raggiungere una rigogliosa foresta di startup competitive e di imprenditori di nuova generazione, cominciamo a seminare. I tempi sono più che maturi.

[fonte corriere.it]

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